MACE

MaceGilberto Antonioli

Quinta Parete Editore, 2014

Questo volume di poesie di Gilberto Antonioli, merita grande attenzione per il fatto che le liriche alla prima lettura ci sorprendono per la loro intensità. Il timbro acceso e appassionato e il sicuro senso del ritmo, i margini di violenza espressiva, sono segni di una poesia vissuta ed espressa in toni di partecipazione viva, che si fa carico di un sentimento umano che percorre il testo a tutto campo, anche là dove non sembra imporsi perché abilmente e sottilmente nascosto, ed è un sentimento acuto, profondo, coinvolgente.
Si nota, fin dall’inizio, una spasimante energia metaforica, che trova soluzioni inedite e ardite. Il ritmo è inserito nel codice genetico della poesia di cui Antonioli s’impossessa con grande abilità e partecipazione, (anche perché fa parte del suo vissuto) e che egli sviluppa con intensa ed abile partecipazione, nascondendo tra le pieghe del pensiero, significati altri e profondi.
La presentazione della nuova silloge dello studioso e poeta veronese, rientra in un più ampio progetto curato dall’Associazione Culturale Quinta Parete, atto a divulgare l’arte e il talento di veronesi illustri. Il volume si avvale dell’introduzione dello studioso trentino Italo Bonassi e della post-fazione di Michele Gragnato una delle voci più autorevoli del vernacolo veronese.
Con Mace Antonioli rimane all’altezza degli importanti autori italiani di poesie, anche in dialetto. I suoi lavori, come questo: Mace, lo collocano, fra gli esponenti della nuova poesia italiana, non più monotematica, ma politematica, non più contestatrice, ma propositrice, non più di dissacrazione, ma di riflessione, e perciò concentrata sempre più sull’esame dell’ego che la porta a essere un concentrato, di filosofia e di psicologia, di introspezione e di esame dell’inconscio. Possiamo accettare la definizione che fa Michele Gragnato: “Antonioli, con Mace, ha coronato un non breve iter di attività poetica, raggiungendo un’invidiabile maturità”. Non lasciamoci inganna re dal fatto che questa maturità sia emersa in una raccolta dialettale”.
Cominciamo dicendo che il dialetto, anzi la lingua vernacola è stata, ed è, lingua viva. Che si è formata, aggiustata, arricchita, derivando dalla stessa madre latina, ma meglio della consorella lingua italiana. La quale, invece, dal Rinascimento, e almeno fino al Manzoni, si è accartocciata su se stessa, e i suoi maestri, e si è congelata. Nel lessico e nei modi. Antonioli lo sa e lo si vede. Ed ha operato, nel suo scrivere, adeguandolo alla ricerca letteraria e culturale più recente e al sentire più moderno. Si era già espresso, altrove, con temi e linguaggio
assai vicini a usi e costumi dell’ermetismo, pur necessariamente pagando scotto, volente o nolente, ai modi della popolarità prioritaria degli orizzonti dialettali. Ne ha, dunque, somatizzato le cadenze, ma ripulendole, per arrivare a forme e contenuti decisamente meno astratti, meno cervellotici, e più prossimi al parlare non già degli addetti ai lavori ma al sistema di percezione, comprensione, espressione della gente comune, quella che è naturale fruitrice del dialetto.
Certo, così, se Antonioli non può eludere l’immaginifico del periodare ermetico, che ha di per sè anche quel po’ di barocco che lo fa più magico, del resto non può neanche scordarsi delle concretezze della lingua d’uso e dei suoi spicci e corposi mezzi.
Dunque, crea un conturbante mix di grezzo dialogare vero e di fastoso modulare versi in sintonia col sogno, la fantasia, gli umori dell’arte che si muove per tripudi di analogie, similitudini, allegorie,
metafore… Il piccolo mondo antico (ad es. in Ca’ de’ Michei: la contrà de me mama) che gli si affaccia al cuore e alla mente, che gli torna a galla da esperienze e memorie passate, così, si purga, nell’estro, dai fastidiosi depositi del ciarpame consuetudinario del birignao dialettale, delle sue stanche masturbazioni pseudopoetiche.
In concreto, invece, quel piccolo antico mondo Antonioli sa renderlo palpabile, nei suoi vecchi ritmi, ricuperare, ma col supporto della fantasia (vedi: Scoltar la musica), e tradurlo nella magia dell’arte attraverso i modi estrosi, allusivi, che gli sono più pertinenti (ad es.: Scolto la musica del cor). C’è un fondo malinconico che pervade spesso queste macchie di poesia (cfr: Cape), queste scaglie di vissuto soffuse di pallori lunari (cfr: Nei to oci) e degli umidi afrori delle avvolgenti nebbie e rugiade della Grande Bassa (cfr: Sgrisoloni). Ma anche una gioiosa percezione della Natura in festa coi sentimenti conseguenti vivi, caldi, scoperti (vedi:Vendemia).
Allora l’immediatezza è appagante ed è raggiunto il vertice della comunicazione poetica più appassionata e immediata. Mace: un volume dalle mille sfaccettature letterarie che onora la poesia veronese.