FRAGILE. MANEGGIARE CON CURA

FragileEster Cecere

Kairòs Edizioni 2014

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La maschera, ovvero l’ipocrités greco, che lungi dall’alludere all’ipocrisia, etimologicamente sta a indicare l’attitudine ad adattarsi alle numerose stanze della vita, cambiando maschera a seconda dell’interlocutore, della circostanza, nell’accezione di Ester Cecere nella sua ultima Silloge “Fragile. Maneggiare con cura”, diviene volto autentico, ma trasformato dall’assenza d’amore, di comprensione, di tenerezza.
Le parole hanno carattere di ‘pillole di barbiturici’, per anestetizzare i sentimenti e si recita a soggetto, pirandellianamente, chiedendo al paradosso, il permesso di trovare ‘un perché’, una ragione.
La raccolta di poesie della nostra Autrice è il cammino di una donna attraverso i rovi dell’esistenza, tra gli elementi di una natura divenuta matrigna. I simbolismi adottati da Ester sono simili a incisioni di bisturi. Ella si identifica con esseri indifesi, innocui, come la formica, la coccinella o con figli del cielo, abituati agli stormi, come il passero, il gabbiano, e grida il timore di essere calpestata o di non trovare spiragli di cielo nei quali volare.
L’Autrice non è creatura fragile, o per essere più esatti, non appare tale. Indossa la sua quotidiana corazza e appare determinata, sicura di sé, mentre cammina ‘su vetri infranti e schegge’, ‘su strade disseminate di cocci’.
Il mistero del dolore è affidato a similitudini di struggente fulgore con le bellezze del Creato: i prati, i laghi, i bastioni di ghiaccio, i tronchi cavi, i cristalli. Mistero teso a palpitare nell’ “assordante silenzio”, che vibra in ogni cellula dell’universo.

“In questo silenzio
che smisura
è ululato di vento
anche il respiro”

versi tratti da “Silenzio”

Eppure la donna avvolta di silenzio, la donna-“manichino”, che asserisce “lascio che il mondo mi viva”, tratto da “Manichino”, lirica che potrebbe, in linea con Ungaretti, l’Autore prediletto dall’Autrice, essere compiuta, anche se consistesse unicamente di quest’ultimo verso, non cede alla nudità della rassegnazione. Dal bordo del precipizio, prova spesso a spostarsi sull’orlo della speranza e resta in attesa di una spinta…

“Smarrito,/all’infinito di pece/il cuore lo sguardo rivolge./È ancora lì/la Stella Polare”

tratti da “Stella Polare”

“Stupita/anche in te contemplo/nitida/ l’impronta del Divino”

tratti da “Anche in te”

Il dato di fatto ineluttabile, che la Silloge di Ester mette in rilievo, è che non è possibile realizzare il destino di Poeti, se non scendendo nelle parti più profonde di se stessi, anche a costo di incontrare le fiamme dell’inferno, di quell’inferno senza il quale è impossibile tornare ‘a riveder le stelle’…
Il magnifico prefatore, il Professor Nazario Pardini, analizza da autentico critico letterario l’Opera di Ester Cecere, io mi fermo a leggerla, la vivo mentre si dona in versi, intimisti ,- non intimi – , e universali al tempo stesso, in levare in ogni sua lirica, ispirata nel trovare versi ritmici, di sillabe prevalentemente dispari e quindi idonee alle scelte poetiche classiche, anche se non ancorate alla fissità della metrica pura.
Io mi fermo ad ammirarla, resto ancora e sempre stupita dal suo coraggio di essere donna, biologa, madre, figlia, moglie, in una Raccolta che, come la precedente, “Come foglie in autunno”, si può leggere come un romanzo.
E desidero applaudirla, nel silenzio ovattato della stanza, per il suo testo di rara forza nel quale crepita la luce ampia, esorbitante, misteriosa della femminilità.
Maria Rizzi

Nota dell’autrice

Perché dare ad una raccolta di poesie un titolo come “Fragile. Maneggiare con cura”?

Un titolo che richiama immediatamente alla mente i trasporti, i traslochi? Perché quando si trasloca spesso si movimentano oggetti fragili, a volte anche di valore, che possono rompersi facilmente; pertanto, è necessario usare la massima attenzione nel maneggiarli. In caso di danno di oggetti di valore, si chiede anche un risarcimento. Addirittura per degli oggetti, per preziosi che siano si pretende di essere risarciti! E le persone? E le loro anime? E i loro sentimenti? E la loro dignità? Non sono fragili anch’essi? Non sono degni di essere “maneggiati con cura”, trattati con la massima attenzione, delicatezza? Spesso si ferisce il prossimo per superficialità, disattenzione, distrazione, a volte lo si fa di proposito con cattiveria, malignità. Si calpestano così affetto, amore, attenzioni, aspettative. Talvolta sono le stesse vicende della vita a “maltrattare” la nostra anima e i nostri sentimenti e quando ciò accade spesso ci ritroviamo soli a fronteggiare avvenimenti dolorosi senza il prezioso conforto della condivisione, dell’ascolto da parte di qualcuno da cui ci aspetteremmo questo tipo di vicinanza. Ed ecco che si affaccia, amara, la disillusione. Ed ecco che i sentimenti ne escono “lesionati”, a volte percorsi da crepe più o meno profonde, altre volte decisamente frantumati. Ma l’istinto di sopravvivenza è fortissimo in ogni essere vivente e quindi si va avanti. Sembra incredibile ma anche il nostro sentire può essere riparato, i frammenti vengono raccolti uno a uno e incollati. Tuttavia, un sentimento rattoppato sarà come un vaso cinese dall’inestimabile valore rottosi e ricomposto, non sarà mai più di grande pregio. E quindi, quello che sopravviverà sarà un simulacro del sentimento originario, una volta genuino e gioioso. Le persone potranno anche continuare a frequentarsi ma l’affetto, l’amicizia, l’amore, l’empatia non esisteranno più. Si reciterà, quindi, una farsa. E le parole, gli atteggiamenti, le disattenzioni, le incomprensioni, le illusioni che hanno portato alle lesioni dell’anima e delle sue espressioni riemergeranno nei momenti critici, saranno i fantasmi cattivi del passato, e solitudine, nostalgia, rimpianto prenderanno il sopravvento e… “da soli andremo avanti percorrendo la nostra strada disseminata di cocci”.
Del resto, la grande Oriana Fallaci nel suo romanzo Insciallah così si esprimeva: “Incredibile come il dolore dell’anima non venga capito. Se ti becchi una pallottola o una scheggia si mettono subito a strillare presto-barellieri-il-plasma, se ti rompi una gamba te la ingessano, se hai la gola infiammata ti danno le medicine. Se hai il cuore a pezzi e sei così disperato che non ti riesce di aprir bocca, invece, non se ne accorgono neanche. Eppure il dolore dell’anima è una malattia molto più grave della gamba rotta e della gola infiammata, le sue ferite sono assai più profonde e pericolose di quelle procurate da una pallottola o da una scheggia. Sono ferite che non guariscono, quelle ferite che ad ogni pretesto ricominciano a sanguinare”.
Nel suo piccolo, questa silloge vuole richiamare l’attenzione sulla fragilità dell’anima.

Incredibile come il dolore dell’anima non venga capito. Se ti becchi una pallottola o una scheggia si mettono subito a strillare presto-barellieri-il-plasma, se ti rompi una gamba te la ingessano, se hai la gola infiammata ti danno le medicine. Se hai il cuore pezzi e sei così disperato che non ti riesce aprir bocca, invece, non se ne accorgono neanche. Eppure il dolore dell’anima è una malattia molto più grave della gamba rotta e della gola infiammata, le sue ferite sono assai più profonde e pericolose di quelle procurate da una pallottola o da una scheggia. Sono ferite che non guariscono, quelle, ferite che ad ogni pretesto ricominciano a sanguinare.

Oriana Fallaci

Chi si occupa della ‘persona’ deve ‘maneggiarla con cura’. Rispetto, ascolto, attesa, empatia…ciascuno faccia i conti con le proprie fragilità. Il video che ha visto la partecipazione di utenti e operatori che insieme sullo stesso piano hanno parlato di salute mentale, e del concetto di cura attraverso parole, canzoni e immagini, presenta una prima parte sul disagio vissuto da tutti per poi arrivare ad essere propositivo nei confronti delle più diverse opportunità e della qualità della vita.

Ritrovarsi a guardare i segni della propria fragilità…
Riconoscerli tra una voce che non sa uscire e parole che non sanno spiegare…

Stare sulla difensiva… per difendersi da chi poi?
Dalla comprensione, dall’accettazione, dall’ascolto…

E allora ti senti completamente nuda…sei lì con i fantasmi del passato che ogni tanto tentano di spaventarti, di rovinarti un sentimento, un’emozione, un momento…
Che provano a scalfire le consapevolezze, quelle piccole certezze che con tanta fatica hai raggiunto…ma non ci riescono perchè quest’ultime,ora, sono più forti…

Sono lì, con il mio essere fragile…ma non ho paura di mostrarmi per ciò che sono, perchè ciò vuol dire far conoscere anche quella parte di me che vive un po’ in penombra, che si fa sentire quando i ricordi di cose passate, quelle che hanno fatto male ma che hanno insegnato tanto, ritornano alla mente come dei boomerang ad alta velocità…e non si ha il tempo per scansarli, per evitarli…
Puoi solo attuire il colpo.

Sono lì, con quella parte di me che ha bisogno di essere protetta, capita, difesa… perchè è ciò che resta di quella persona che ha sofferto, che è stata delusa, che ha creduto invano in qualcosa, in qualcuno…
E’ la parte fragile di me, che non rifiuta il passato, che ha imparato ad accettare le sconfitte, le perdite, le sofferenze…
Lei è lì… inerme, delicata, pura… posso quasi guardarci attraverso…

È  come una bambina indifesa che allunga le braccia per essere stretta… per essere accarezzata…

Ogni tanto ha solo bisogno di una voce che le canti una ninna nanna, per potersi  riaddormentare… per riposarsi di nuovo… perchè per troppo tempo non ha potuto chiudere gli occhi un istante…
Perchè per lungo tempo ha dovuto pensare solo a ricevere i colpi…

C’è un posto in noi, in cui buttiamo dentro tutto il dolore, le delusioni, le illusioni, le speranze finite, i sogni irrealizzati…è come una stanza in cui richiudiamo vecchi oggetti che crediamo non servano più…

E quella parte di me, è stata proprio come un ripostiglio in cui ho gettato tutto quello che mi faceva soffrire, che non volevo ricordare…
“Lei” ha preso tutto, senza poter replicare, senza potersi ribellare…

Ma un giorno, l’ho sentita lamentarsi.
Ho visto gli occhi tristi di quella bambina che cercava di nascondere con un sorriso forzato, il suo “non poterne più”.
E così ho deciso di liberarla…di fare pulizia…di dare un senso nuovo ai ricordi, alle sofferenze, a quelle lezioni che la vita mi ha imposto d’imparare.

Ho detto grazie a me stessa per aver fatto spazio e ordine in quella stanza, perchè ormai mi sembrava di non poter più respirare.

La “bambina” c’è ancora…

C’è per ricordarmi chi sono stata, chi ho incontrato lungo il cammino, in cosa ho fallito, dove ho sbagliato.
C’è per non farmi sentire presuntuosamente forte e infallibile.
C’è per non farmi dimenticare gli errori.
C’è per ricordarmi che si può sbagliare di nuovo, che gli altri possono fare degli errori, ma che tutto deve essere preso e accettato diversamente dal passato.

C’è per non farmi scordare quegli occhi che un giorno mi hanno dato la forza di cambiare…

Lei è la fragilità… quella parte di me da “maneggiare con cura”.
E mentre lo scrivo, mi scopro a sorridere…
Mi rendo conto di provare una sensazione di serenità e di quiete…

Mi accorgo che il “patto di pace “che ho fatto con me stessa diverso tempo fa, riesce ancora a farmi sentire bene, indipendentemente da tutto e tutti.

Ora c’è una piccola luce negli occhi di quella bambina… La sua presenza costante mi commuove e m’intenerisce…

Finalmente può respirare…
Finalmente riesce a sorridere senza sforzarsi.