CHRISTO LYRICUM CARMEN

christo-lyricum-carmenMauro Montacchiesi

Edizioni Il Convivio, gennaio 2014

INTRODUZIONE

«Dagli infuocati raggi del sole lasciarmi riscaldare!?
Al contrario,
dalle algenti lastre del ghiaccio lasciarmi assiderare!?
I miei pensieri sono corrosi da questo tarlo!
I piatti della bilancia restano sempre in surplace
quando mi pongo questo quesito!
La perplessità sta nel capire se sia più saggio
dar ascolto ai raggi del sole,
ovvero agli impulsi del coraggio istintivo,
o restare sordo tra le pavide lastre del ghiaccio…».

I versi citati sono tratti dalla poesia Il tarlo di Mauro Montacchiesi e danno la possibilità ex abrupto di avviare un cammino nella poliedrica e magmatica raccolta dal titolo Christo Lyricum Carmen. Si tratta di una poesia che presenta gli strali dell’esistenza nella loro molteplice valenza e intima dimensione dialettica. Colpisce la calibrata ricchezza del dire, dalla quale scaturiscono memorie, intuizioni, osservazioni. Attraverso un percorso meditativo, si realizza la spiritualità individuale. Il poeta ama riportare nei propri versi l’interezza della condizione umana oltre le dinamiche contingenti e futili del mondo contemporaneo, al fine di esplorare il proprio intimo mondo. La poliedrica dimensione tematica si associa ad una molteplice variazione di stili che rende la sua produzione moderna e classica allo stesso tempo. Il poeta realizza una scrittura che associa un lessico moderno ad una tradizione letteraria antica e si rivolge, in particolar modo, al petrarchismo. Non si tratta, come si è spesso abituati a leggere nella poesia novecentesca, di una esclusiva ripresa di lemmi. Difatti, alla ‘citazione’ intertestuale si associa una corposa componente di testi che riprendono in toto la metrica e lo stile del Canzoniere petrarchesco. Si tratta non solo di un omaggio al poeta che più di tutti ha influenzato la letteratura italiana, ma anche di un esercizio linguistico e sperimentale di rara portata per la poesia d’oggi. Di questa produzione, che si dissemina in tutta la raccolta, si ha una concentrazione nella sezione Omaggio a Ser Petrarca. Il petrarchismo di Montacchiesi, come accennato, non è inquadrabile in quello novecentesco. In sede critica, difatti, con questa classificazione si è soliti indicare una produzione poetica che predilige una parziale varietà linguistica all’interno di una medesima produzione, favorendo una ciclicità e ripetitività di iuncturae e orizzonti lessicali. Il Nostro si pone in una posizione completamente opposta a quella che si è appena delineata. Non si fossilizza la poesia nella ciclicità di sintagmi fissi, ma il poeta crea un’esplosione espressiva e una plurisemanticità difficilmente riscontrabili nella poesia contemporanea.

Si può parlare, riportando un’espressione del poeta, di ‘psichedelie ardite’ (È tardo autunno). Il canto, nella macrostruttura della raccolta, si interiorizza nell’incanto della contemplazione e si avverte un pulsare dell’assoluto come momento di sublimazione personale. La memoria collettiva e la memoria personale divengono un tutt’uno ed esprimono il fluire dell’esistenza come esperienza unica ed irripetibile. Calore e gelo sono gli opposti che si condensano nell’uomo, tuttavia sono elementi laceranti, che dilaniano l’anima, ma non spezzano la sua integrità. In questa dimensione si giustifica la totemica presenza della lirica proemiale all’opera, dal titolo Venere luminosa. Essa ha la funzione classica dell’invocazione alle muse della poesia greco-latina, ma allo stesso tempo assume la funzione di Venere-amore come guida del poeta dall’alba al vespero. La luce traccia un solco che non deve essere smarrito, nonostante l’uomo viva nello stereotipo della desolazione. Difatti, proprio il sentimento costituisce la pars construens della dimensione poetica, rappresenta la guida e l’incanto del vivere, ma allo stesso tempo lascia ampio spazio alle acrobazie mentali e sentimentali. Non è un caso, a tal punto, che le divinità tutelari del poeta siano le Cariatidi, ovvero delle colonne che sorreggono il dire e il fare, ma allo stesso tempo figure collegate ad Artemide, divinità protettrice della donna e delle partorienti, e non alla Venere della poesia proemia di Christo Lyricum Carmen. L’universo amoroso che l’autore ci presenta è completo, ma allo stesso tempo complesso. Sin dalla sezione proemiale della raccolta dal titolo Quando l’anima parla, il percorso assume i connotati di un itinerario del cuore, di un diario dei sentimenti, della realizzazione di sogni e di aspirazioni, ma allo stesso tempo ha il carattere del naufragio:

«Mi destai una notte
naufrago in un mondo pieno d’azzurro
cullato dai suoi leziosi flutti.
Ma presto giunse il giorno
e forte mi picchiava in testa il sole.
Le stelle della notte
più non mi protessero.
Ed ecco itinerante il cuore mio
tra infuocati strali e tempestosi fortunali»
(Naufrago).
Si esprime una condizione poetica in limine, tra la gioia e il dolore, in cui l’oblio è lo status poetico per eccellenza. A questa condizione il poeta associa la capacità di caricarsi del dolore universale. Allo stesso tempo si incanta di fronte al mondo, vive della gioia derivata dalle piccole cose come l’amore che si sveglia nella natura primaverile. Tuttavia, il poeta si smarrisce tra le vertigini del tempo, assapora la poesia, ultimo approdo dell’oblio dell’anima, prova il desiderio di assoluto. Ammette Montacchiesi:
«Provare l’oblio, cullato da quel ritmico scintillio,
respirando i colori dell’incanto celeste»
(Essere un falco).
A questo punto avanza l’immagine dell’io poetico fornendo al lettore una più chiara dimensione di sé, forgiando le immagini di un’anima che si presenta come un castello dalle infinite stanze e meandri. L’esistenza, che assume l’immagine di un’a-stronave alla deriva, ha una dimensione consunta e lacerata, come prima si era accennato, ma anche la consapevolezza che l’anima vive il tormento, vive la bufera. Questa condizione in limine è dovuta all’incertezza del domani, alla imponderabilità degli eventi e all’irrazionale corso della vita. Non è un caso che la sezione Quando l’anima parla ha tra le liriche conclusive A Manuela, definendo la dimensione drammatica della poesia con l’approdo al sentimento. Allo stesso tempo, da un punto di vista macrostrutturale, il poeta offre una risposta concreta al-l’invocazione della poesia proemiale dell’intero Christo Lyricum Carmen, la già ricordata Venere Luminosa. È la voce del cuore, seconda sezione del volume, prosegue con variazioni le tematiche già enucleate precedentemente. Si delinea, con un carattere più nitido, la melanconia del poeta, quella condizione leopardiana comune in molti poeti novecenteschi e che per Montacchiesi è sia esistenziale sia universale. L’esistenza si è scontrata con la realtà (Il mio cuore bambino), ma il poeta sopravvive in quanto assapora la saggezza, consapevole che il pianeta Terra nella sua rotazione e rivoluzione pensa solo a se stesso e non agli uomini. Si tratta di un ulteriore concetto leopardiano. Il Nostro considera, difatti, il ‘pianeta’ allo stesso modo in cui Leopardi considerava la natura matrigna. Tuttavia, in questo percorso si realizza non solo la malinconia come felicità di esser tristi (V. Hugo, I lavoratori del mare), ma anche il sentimento ossimorico necessario al poeta (Leopardi) e connaturato al dolore:
«Nel piatto e deserto,
gelido oceano dell’oblio,
d’improvviso, convulsamente lascio sfumare
un’interminabile scia ormai evanescente,
di malinconiche,
mai sopite memorie,
di un’esistenza sibillina,
trina fallace,
trapunta di ruvidi inganni»
(Inno al dolore).
La dialettica del dolore, però, trova una sua completa realizzazione e la sua pars construens in tre aspetti della raccolta che nella lettura progressivamente prendono corpo: la poesia come espressione ‘magica’ di conforto e di comunicabilità; la religiosità e, infine, il lirismo del sentimento. La poesia in sé viene lodata per la sua stessa esistenza. Il concetto ricorda, in certo qual modo, uno dei saggi di Auden in quanto la poesia deve «lodare tutto quel che può per il fatto che è ed esiste». Questa condizione si associa al mistero della poesia, che è vita ed espressione dell’esistenza, ma allo stesso tempo itinerario di riflessione e mistero. Non dimentichiamo che la poesia viene spesso associata all’oblio, in quanto la scrittura poetica è «l’oblio dell’anima» (F. De Sanctis, La ‘Divina Commedia’ versione di Lamennais). Un aspetto su cui non si è ancora soffermati, ma che costituisce un caposaldo della produzione del Nostro, è la lirica di ispirazione religiosa. Essa è maggiormente concentrata nella sezione Al Prof. Athos Lazzari e risponde, in qualche modo, ad alcune incertezze contemporanee. La fede e la religiosità divengono materia ispiratrice che non rimane veste esteriore di principi dottrinali:
«Qiriat Shemà,
al sole prostrato,
che ad occaso,
anelando,
quieto s’eclissa.
Qiriat Shemà,
al sole nascosto,
che a borea,
tacendo,
tranquillo riposa.
Qiriat Shemà,
ad ogni singolo afflato,
di questi miei giorni,
che solo in te, Ysrael,
trovano il senso!»
(Qiriat Shemà).
La fede è interiormente vissuta come naturale avvicinamento all’Assoluto. La verità religiosa e morale rappresentano il filo conduttore che lega in profondità le diverse tappe dell’itinerario poetico riuscendo ad arginare le insidie di una realtà a volte ostile.
«La brezza del mare
dischiude lo scrigno dell’oblio
come aromi di tenere viole
si sprigionano dolci ricordi
di te
di me.
S’ode lieve
il respiro del tempo
il palpitar del suo cuore
che con la brezza del mare si fonde
che con la brezza
in questa notte incantata
scivola via».
I versi riportati sono tratti dalla poesia S’ode lieve che fa parte dell’ultima sezione di Christo Lyricum Carmen, dal titolo Come la brezza. Con la conclusione del volume si realizza il culmen della raccolta: il canto lirico. Montacchiesi si abbandona ai moti interiori e al loro fascino, realizza nella scrittura poetica quella magia sentimentale a lui tanto cara, ma allo stesso tempo offre delle composizioni leggiadre e delicate. Si realizza, dunque, il perfetto connubio tra assoluto, sentimento e poesia. A questi caratteri si aggiunge una aspetto visionario e immaginifico che non sempre presente nelle altre sezioni del libro, ma allo stesso tempo un’attenta e calibrata tessitura cromatica. La poesia spira come una brezza leggera e travolge immagini, suoni e colori divenendo un inno alla vita. Il percorso poetico di Christo Lyricum Carmen non a caso si conclude e realizza con il testo La vita è stupenda, una sintesi perfetta della sua poetica (e ne è paradigmatico il titolo), ma anche un inno assoluto all’esistenza, unica vera radice di poesia.

Giuseppe Manitta

Il poeta è una cornucopia senza fondo, una sorgente inestinguibile di versi che traboccano, senza interruzione, dalla sua vena poetica, dal suo “Io” reale e dal suo cuore, dalla sua fantasia, dalla sua mega-sensibilità. Nessun aspetto della natura gli sfugge, nessun essere gli è indifferente, mai troppo è l’amore che egli prodiga ai suoi simili, ai consanguinei ed alla sua donna in particolare, agli animali, alle cose, al mondo intero. Scopriamo alta poesia che non si riesce a definire, ma solo a gustare; leggiamo quanto il poeta scrive, ma non troviamo parole per valutarne la grandezza e la profondità, per esprimere giudizi. Mauro Montacchiesi vede con occhi che superano l’umano, sente con animo ultrasensibile, spande intorno i fiori del suo mondo interiore, i suoi effluvi, i suoi colori. Tutti gli argomenti gli sono congeniali, in ognuno di essi egli riversa la sua anima, lascia fluire la sua poesia, il suo grande entusiasmo per la vita e per i valori eterni in essa insiti, la sua fede pura e sincera.
Poesia, t’avverto come cielo,
tra i cieli infiniti il più infinito
(da: Poesia);
Laggiù, tra i teneri rami del crepuscolo…
un Cristo ferito, vuoto e abbandonato
… RivolgiGli una breve preghiera
(da: Christo Lyricum Carmen).
Non c’è pessimismo nelle sue espressioni poetiche, ci sono solo espansioni d’amore, estasi ed ammirazione per le cose belle, desiderio di creare ed assaporare felicità, per sé e per il prossimo, di partecipare ai problemi che accomunano gli uomini ed aiutare a risolverli. Stupenda la lirica introduttiva “Venere luminosa”. È un’invocazione ad Amore, perché gli reciti poesie, un’immersione nella volta celeste nell’ora del crepuscolo, al sorgere della sera. In “Quando l’anima parla” incontriamo poesie varie, quadretti idillici della natura dipinti con gli occhi dell’anima e confessioni di sentimenti profondi, quasi adorazione, rivolti alla donna del cuore:
Da quando
è sbocciato innocente il mio amore,
non riesco più a vederti
ad altra simile
(Da: A te, Amore mio);
Manuela, moglie mia, donna adorata,
sembra un variopinto sentiero
…di luce estasiato
…il tuo Amore che felice zampilla
…lassù dove… nobile principe è lo stambecco
e l’aquila austera maestosa vedetta
(Da: Manuela, il tuo Amore);
C’è pioggia sulla mia finestra
ed io ti sto pensando
…Una vita senza te
un Van Gogh senza significato
(Da: Lacrime nei miei occhi).
Non si possono ignorare “Omaggio a Ser Petrarca” steso in lingua volgare, la silloge “Omaggio al Prof. Athos Lazzari”, scritta in lingua francese, tedesca, inglese, poesie in dialetto romanesco e napoletano (per quest’ultimo si è avvalso delle traduzioni del Grande Maestro Partenopeo Luciano Somma), altre dedicate alla “Terza età”, quelle, e son tante, che cantano le meraviglie della natura. Ben meritati i moltissimi, prestigiosi premi assegnati al nostro prolifero, poliedrico Cantore.

Antonia Izzi Rufo (http://www.literary.it/autori/dati/izzi_rufo_antonia/txt/note_biografiche.html)