Fotografie da Gaza

Ho volti e mani che mi porto dietro
come preghiera chiusa in un convento,
e orrori e scempi che mi circondano
come edera avvinghiata al vecchio fusto.
Ho visto case distrutte e fuochi accesi,
lacrime cadere su smunti visi
una mano scarna che implorava aiuto
a me che non avevo niente,
a me che portavo sola al collo
la povera e unica mia occasione:
una compatta comprata in svendita
al mercato, prima dell’ultima stazione.
E ho fatto foto di quartiere e via
camminando sui calcinacci odoranti
di gas e di bruciato, sui resti di cartoni arsi
e sui rottami di scassate auto.
Ho fatto foto di cieli tra le mura
coi tetti sfiancati sulla terra,
dell’ultimo minareto vergine ancora,
obelisco in mezzo a tutta quella rovina.
Ho fatto foto di un ragazzo
che teneva la piccola sorella tra le braccia,
beatamente giaceva persa
nei sogni brevi di un’età dorata.
In quel sonno, senza fretta di capire,
del niente che ormai più le restava,
morti i genitori rimaneva
solo quella colla che forte ora li univa.
Ho fatto foto di quegli occhi scuri
dove cadeva l’ultima lacrima perduta,
con la paura che ora lo portava
a essere grande tutto in una volta.
Lontano il sole rischiarava l’alba
e il cielo senza macchia si mostrava chiaro,
ho abbassato gli occhi e non ricordo altro
se non d’avere, per tanto tempo, pianto.