Canfora Alberto – Roma §

PRESENTAZIONE

Nato a Roma per vivere una vita piena, sempre impegnata, vissuta di corsa, acquistando per quasi sessant’anni, tutti i giorni, un quotidiano, per immagazzinare nel cervello “di tutto e di più” nei diversi settori, nei diversi ambienti e mondi culturali che gli sono capitati, con idee che si sono formate da ragazzo e che si sono consolidate nel prosieguo, difendendole pagando anche di persona.

Ha scelto di frequentare il Galilei, l’unico istituto industriale esistente a Roma prima ella Guerra, prestigioso ma durissimo. Ma amava anche lo sport: è stato nella squadra di calcio del quartiere Flaminio e ha fatto parte della Società Atletica Capitolina perché correva i 100 metri in 11 secondi e 4. Il tempo che toglieva allo studio lo restituiva studiando d’estate.

Dal dopoguerra ha lavorato nella SRE (Società Romana di Elettricità, poi ENEL), dal 1955 fino alla fine 1994, tutta la carriera dalla Cs alla Q1 (quadro di primo livello), ma non oltre: gli sono mancati solo due esami per la laurea in Economia e Commercio, e per essere stato un dirigente della CGIL che non è mai sceso a compromessi, né ha accettato proposte indegne.
Nell’arco dei quarant’anni la fantasia e l’impegno politico lo hanno portato a fondare e dirigere tre giornali politico-culturali e ad assumere ruoli primari.

Dopoil  pensionamento ha vinto la voglia di reinventarsi, di tornare creativo in qualsiasi settore o attività che non avesse mai praticato: quattro giorni dopo il pensionamento, il 4 gennaio 1995, con la prima lezione di ceramica ha avuto felice inizio una serie di bassorilievi con soggetto “Roma Sparita”.
Oggi è un artista per gli acquerelli e i bassorilievi, un poeta dialettale, un compositore che mette la musica alle sue poesie, vincitrici di premi letterari e un cantautore, arrivato al 34° recital, un giocatore di bridge, lo sport della mente, un corista del coro della Scuola di Musica di Testaccio, diretto da Giovanna Marini.

SITO WEB

www.albertocanfora.it

POESIE

Pincio

È bello tornà ar Pincio a primavera,
de matina co l’aria trasparente.
È puro bello a stà su la panchina:
leggo er giornale, senza troppa gente.
M’arivedo er tempietto sur laghetto;
vicino ce sta ancora er ruscelletto
co l’acqua che cammina tra l’erbetta.
Me piaceva giocà co la barchetta.
Guardo e m’accuccio. Mò nun ciò più er ciuccio.
Ariva quarche schizzo: e mò ch’edè?
È uno che sta a di’: “Nun te bagnà”
M’affisso pe un pochetto. E mò chi è?
“Papàààà…! Mò nun me bagno più…
Continua a ride, che me tiro su”.
“Te, resta a guardà l’acqua. Nun t’arzà.
So’ io che guardo. Te sei un po’ vecchietto.
Lo sai che so’ più giovene de te? ”.
“Io ciò le cianche che me fanno male.
Come me tiro su? Viè giù co me.
So’ stato a l’ospedale. Scegni te”.
Smetto de guardà l’acqua e torno in piede.
Papà nun ce sta più.
Lui sta più su. Io m’arimetto a séde.

Co l’occhi chiusi torno a quer ricordo
de quanno nun sapevo ch’era un sòrdo.
È bello a venì ar Pincio a primavera:
sogni ‘na cosa che po’ esse vera.

 

Estemporanea

Me ne parto col fresco la mattina
cercando un posto dove c’è la pace
e qualche scorcio bello che mi piace
rifar con l’acquerello o con la china.
Col motorino vado su in collina:
intorno c’è silenzio, tutto tace.
Con l’esperienza io sarò capace
di fare la più bella cartolina.
Adesso guardo e studio il paesaggio.
Ci metto sopra il sole del mattino
chiaro e pulito come è sempre a maggio.
È fresca l’aria. II cielo è più turchino.
Non sono solo e non è un miraggio:
mi guarda e mi sorride un bel bambino.

 

Chitarra

Quattro pezzi de legno e un bucio scuro.
Sei sorelle a braccetto, sempre inzieme.
Un dito le strofina, le fa freme
e nasce un’armonia come un sussuro.
Da sessant’anni me fa compagnia.
Me fa sortì li mejo sentimenti,
ner giorno quanno ciò li rodimenti
o quanno, invece, schioppo d’alegria.
“Lo sai che sei ruffiana?
Me porti sempre quarche amico in più.
Puro si amanca ormai la gioventù
te porto ar collo come una collana.
Quanno che sto a cantà quarche parola
te faccio una carezza,
e te poi m’arisponni co dorcezza.
Semo una cosa sola.
Mannamo note dorci drent’ ar vento;
co un dorce arpeggio
portamo un po’ d’amore a chi sta peggio.
Quanno che sto co te io so’ contento”.

Poi, pe fà in modo che nun pìa le botte
me l’arivesto come un fratellino.
La piazzo lì vicino ar commodino.
Je dico grazzie. Un bacio. E bonanotte.

PUBBLICAZIONI

Terza età a tempo pieno, Progetto Cultura 2012 (Libro con DVD)
Pronto soccorso, ed. 2007, 2008, 2010.

ARTE

Profilo artistico: Alberto Canfora – Palma res

Caminetto
Merenda dietetica
Ponte Milvio
Carretto Maltese