L’alba della Repubblica

Ḗ una domenica mattina come le altre, il sole di Roma splende alto, la primavera avanza, i fiori sbocciati sui balconi delle palazzine emanano il loro profumo per tutta la città. I bambini rincorrono un pallone nel prato, le bambine giocano a campana nel cortile mentre i loro genitori si preparano per uscire. Soprattutto le donne hanno molta cura nello scegliere il vestito, quello buono della domenica appunto, le scarpe con un po’ di tacco, meticolose nella pettinatura e attente ad ogni singolo dettaglio. Loro ancora non lo sanno ma stanno per dare vita a una nuova Italia, quella che oggi festeggia i suoi settant’anni di Repubblica. Una folla di ragazze, mamme, nonne, operaie, suore, impiegate si dirigono alle urne per mettere una croce e decidere le sorti del loro paese martoriato dai bombardamenti, calpestato dai fascisti e usurpato dai tedeschi. Sono emozionate, orgogliose ma anche spaventate, stringono le schede in mano come biglietti d’amore e custodiscono gelosamente il segreto del voto. Il 10 marzo di quel lontano 1946 per la prima volta in Italia le donne avevano finalmente acquisito il diritto di votare i propri rappresentanti e di essere elette a loro volta nelle elezioni amministrative di 436 comuni. Più di duemila donne entrano a far parte della vita politica del paese attivamente. D’ora in poi è sancita l’uguaglianza morale e giuridica tra i due sessi come verrà riconosciuto qualche anno dopo nell’articolo 3 della Costituzione italiana. Le donne arrivano al voto del 2 giugno già preparate, hanno una grande convinzione e riescono ad affermarsi nonostante tutto; devono affrontare l’avversione della stampa satirica e non, della Chiesa che le vede ancora come angelo del focolare, dei mariti e dei padri che non accettano che loro abbiano una propria indipendenza. Le donne non vogliono più essere solo mogli e madri ma intendono realizzarsi come individui. Molte di loro scelsero di entrare nella Resistenza e di aiutare i partigiani nella lotta di liberazione dal nazifascismo, alcune subendo l’esilio o il carcere, altre aiutando i soldati con un tozzo di pane, un pezzo di formaggio, un posto dove dormire. Molti nomi sono rimasti nell’ombra ma altre ce l’hanno fatta: è il caso di Nilde Iotti, giovane reggiana di ventisei anni, che dapprima dà il suo contributo raccogliendo viveri, indumenti e medicine, poi è destinata a diventare tra le ventuno donne elette all’Assemblea Costituente, madre della Costituzione e regina di Montecitorio per ben tredici anni. Nomi come il suo o quelli di Teresa Noce, Angela Gotelli, Rita Montagnana, Maria Federici, Angelina Merlin danno alle donne la speranza e la forza di cambiare. Le donne hanno una voce e una loro identità politica e sono orgogliose di svolgere il loro dovere di cittadine esprimendosi con il voto. In occasione del referendum istituzionale l’affluenza ai seggi è altissima, sono circa 28 milioni i votanti e nessuno vuole mancare all’appuntamento con le urne dopo gli anni cupi del regime fascista. Le file interminabili che affollano i seggi di Roma, Milano, Genova, Torino, Napoli e tante altre città già dalle prime ore del mattino ricordano quelle per il pane e per altri beni di prima necessità ma qui regna un’aria di festa a testimonianza del fatto che anche la libertà è un bene necessario. La partecipazione emotiva è intensa soprattutto per le donne che si sentono investite di un’autorità mai vista prima d’ora. Si tratta di scegliere la forma di stato in cui vivere e far crescere i propri figli. Ai monarchici che gridano al “salto nel vuoto” si contrappongono i repubblicani che invece ne fanno una conquista dietro lo slogan di Nenni “O la repubblica o il caos”. C’è grande ordine e tolleranza, si respira un clima di festosa eccitazione anche se non mancano le accuse di brogli e i momenti confusi. Il bagaglio che donne e uomini si portano dietro è immenso e raccoglie anni di sacrifici, fame, miseria, paura, bombe, una dittatura, cinque anni di guerra due dei quali di guerra civile. Voltando le spalle alla monarchia, con uno scarto di circa due milioni di voti, cessa la dinastia sabauda dei Savoia la cui storia si era intrecciata con quella italiana dal 1861. A nulla servirà lo stemma sabaudo contro la figura della testa dell’Italia con la corona turrita. Il Sud rimase fedele al sovrano mentre il Centro-Nord fu quasi interamente per la Repubblica. Lo spirito di fondo è una gran voglia di ricominciare, tutto è pervaso da un grande ottimismo: è l’inizio di una nuova epoca. Sono giorni concitati, escono sui giornali le prime indiscrezioni, la folla è in agitazione, il ministro dell’Interno Romita si trova a dover fronteggiare una situazione delicata per non lasciar trapelare false notizie. Lunedì 3 giugno alle ore 13 si chiudono le votazioni, il popolo ha deciso e si aspetta il 10 giugno per divulgare i dati ufficiali che vedono la netta vittoria dei repubblicani sui monarchici. L’ultimo re d’Italia Umberto II lascia per sempre il paese portandosi dietro il vecchio Statuto albertino. Sarà compito della neoeletta Assemblea Costituente e della Commissione dei 75 quella di redigere la nostra nuova Carta Costituzionale. A 100 anni di distanza dallo Statuto albertino nel 1948 entra in vigore la Costituzione italiana scritta da donne e uomini che ci hanno affidato il compito di non dimenticare ciò che è stato e di lavorare affinché non si verifichi mai più per noi e per le generazioni che ci succederanno. I dodici articoli scritti nei principi fondamentali hanno un valore inestimabile e ripercorrono attraverso temi fondamentali − come i principi inviolabili dell’uomo, l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, il diritto al lavoro, lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica, il ripudio della guerra − la storia del nostro paese. La Costituzione è un inno alla libertà, alla socialità e alla democrazia. Il destino dell’Italia è stato scritto a partire da quella domenica di giugno in cui tutto cambiò direzione. Molte persone sono riuscite a vedere realizzato questo sogno, altri no ma il compito della storia è proprio quello di trasportarci sulle spalle dei giganti che ci hanno preceduto per continuare il cammino e vedere sempre più lontano. 12.717.923 uomini e donne che hanno creduto in un futuro migliore per loro stessi, per le loro famiglie, per i loro ideali e anche per i posteri. Quel 2 giugno 1946 le italiane e gli italiani sono diventati i genitori di una bellissima bambina dagli occhi marroni e dai capelli ricci con uno splendido sorriso: si chiamerà Repubblica.